Galata – la “Little Italy” di Costantinopoli
Istanbul. Una delle mete turistiche più riscoperte degli ultimi anni, che attira turisti da ogni dove, in crociera, in volo, solo per due giorni, per una settimana. Ci si affanna nel giro prettamente turistico per non perdersi la millenaria Santa Sofia e la Moschea Blu, il Palazzo del Topkapi, il Grand Bazar e il Ponte di Galata. Ma cosa c’è dall'altra parte di quel famoso ponte, che scavalca il Corno d’Oro? Guardando dalla cosidetta Penisola Storica (dove si trova Santa Sofia) si scorge una torre, dall'altra parte, la Torre di Galata e il profilo delle case diventa molto più riconoscibile, familiare, "europeo". I minareti delle moschee si fanno più radi. La Torre di Galata sovrasta un quartiere fatto di vicoli scoscesi e spesso tortuosi, case letteralmente arroccate su quella collina il cui confine era delimitato da alcune mura, oggi purtroppo poco visibili, e dalla Torre di Galata. Su una parete della torre si legge ancora un’iscrizione in ricordo della consegna delle chiavi da parte dei genovesi al sultano Fatih Sultan Mehmed dopo la conquista di Costantinopoli.
Probabilmente non tutti i turisti che affollano le viuzze di Galata sanno che il quartier generale dei Genovesi, che detenevano il monopolio del commercio nell'antica Costantinopoli, un tempo si trovava qui. Basterebbe però alzare un po’ lo sguardo per notare l'eleganza di quel linguaggio estetico così familiare da farci per un attimo dubitare di trovarci ancora in Turchia e non in Italia. A volte si possono ancora leggere su alcuni palazzi le iscrizioni di architetti italiani. E basta anche soltanto addentrarsi nei vicoli scoscesi e tortuosi del quartiere per scoprire numorose tracce dell'antica e forte presenza italiana a Costantinopoli.
Oltre alla chiesa di Sant'Antonio e di Santa Maria Draperis sulla frequentatissima Istiklal Caddesi, sono ancora visibili una piccola chiesetta dedicata ai Santi Pietro e Paolo, una dedicata a San Giorgio e una fondata dai Benedettini. Sono passati più di cento anni da quando il famoso scrittore Edmondo De Amicis ricordava in maniera vibrante Galata e la presenza dei genovesi nel suo racconto “Costantinopoli” (1878). Eppure, aggirandosi per le vie della città, così come in quelle di tutta Istanbul, è possibile ancora ritrovare ciò che aveva allora colpito lo scrittore. Istanbul continua a incantare con la sua millenaria magia. Ed è sempre a Galata, non lontano dalla Istiklal Caddesi, che vado a incontrare uno dei maggiori rappresentati della attuale comunità italiana a Istanbul, il professore e storico Fabio L. Grassi e mi faccio raccontare, davanti a una buona tazza di caffè e a un’incantevole vista sul Bosforo, la vita di un italiano di oggi nell’antica Costantinopoli.
Fabio L. Grassi è docente di Storia e Italiano alla Yildiz Teknik Üniversitesi di Istanbul. Vive in Turchia da 13 anni, dedicandosi alla ricerca storica e pubblicando diversi saggi e volumi soprattutto sulla fine del periodo ottomano e sulla Turchia contemporanea. Recentemente ha pubblicato Atatürk, il fondatore della Turchia moderna (Salerno editrice, terza edizione 2010), la prima esauriente biografia in italiano su Mustafa Kemal.
Wie kommt es, dass Sie in der Türkei lehren und leben?
Avevo già cominciato a occuparmi della Turchia da studente universitario. Poi avevo iniziato a lavorare come docente di Italiano e Latino nei licei. Nel 1995 partecipai a una selezione del Ministero degli Esteri per le istituzioni scolastiche italiane all’estero. Quando, nel 1998, fui chiamato a insegnare all’estero, gli unici due posti liberi erano, guarda caso, entrambi a Istanbul. Sarei anche potuto rimanere in Italia, ma l’opportunità di tornare in Turchia e nella città che già conoscevo era troppo allettante.
Haben Sie sich seitdem verändert?
In 13 anni posso dire che Istanbul è diventata la città sede della mia vita, dove poi ho conosciuto e sposato mia moglie. Inoltre sono stato testimone diretto delle vicende più importanti della vita di questo paese. Penso alla crisi italo-turca scoppiata nel 1998, per il caso Öcalan, a un mese e mezzo dal mio arrivo. Istanbul mi ha insegnato a ritenere normale quello che in Occidente, spesso, è ancora visto con occhi increduli e a veder convivere insieme tutto e il contrario di tutto. Qui è possibile incontrare in pochi metri quadrati gente completamente diversa per origine, modo di vestire, appartenenza. C’è una compresenza di approcci ideologici e culturali diversi, la cui convivenza di certo non è facile, ma esiste.
Und die Türkei? Hat das Land sich seit 1998 verändert?
Questo Paese ha conosciuto negli ultimi anni un cambiamento di una velocità impressionante. Ricordo ancora com’era la Turchia nel 1985 e da allora c’è stato un generale aumento di gradevolezza estetica che si rispecchia anche nell’abbigliamento. Intendo dire che se un palazzo, una strada, un quartiere viene rinnovato, ne risente, positivamente, anche la popolazione, mentre, al contrario, la presenza di oggetti ed edifici in cattivo stato mette tristezza. Il brutto, insomma, intristisce e crea scoraggiamento, mentre il bello ha un effetto morale positivo: è una sorta di circolo virtuoso. Lo stesso discorso vale per il cibo: negli anni ‘80 in Turchia si mangiava estremamente bene, ma in maniera molto monotona, mentre adesso c’è maggiore varietà nell’alimentazione. Mentre prima il turco viaggiava soltanto se era un gran funzionario o se era molto ricco, oppure per emigrare in un altro Paese come, per esempio, la Germania, oggi è in aumento il fenomeno del turismo di massa diretto all’estero.
Wie würden Sie Istanbul in einem Satz zusammenfassen?
La bella addormentata che si sta risvegliando. La Istanbul degli anni ’60, ’70, ’80 non aveva ancora recuperato quel suo ruolo strategico che, invece, ha per vocazione. Adesso è in atto un processo di rifioritura. Una delle mie frasi preferite, che mi piace ricordare ai miei studenti, è: la storia è l’esecuzione di uno spartito dettato dalla geografia, ovvero ogni luogo ha una vocazione dettata da condizioni strutturali e congiunturali che possono essere sfruttate bene o male. Istanbul per la sua posizione geografica unica al mondo ha una vocazione, ovvero essere la capitale di una grande area geografica che va da Skopje (Macedonia) fino a tutto il Medio Oriente. C’è stato un momento in cui ha perso questo ruolo, mentre ora sta recuperando questa dimensione sempre più importante e incisiva anche sotto l’aspetto economico.
Wie fühlen Sie sich mit Ihrem Leben zwischen Italien und der Türkei?
In Turchia mi sento a casa e cerco di essere una parte reale di questa comunità, ma non tento assolutamente di nascondere la mia italianità. Ad esempio l’eccessiva gestualità o la vivacità di comportamenti sono quelle caratteristiche italiane che non mi interessa reprimere. Sono un grande appassionato di musica classica occidentale, non di musica ottomana; ritengo, invece, una cosa molto intelligente l’abitudine turca di togliere le scarpe dentro casa. A casa mia bevo il caffè italiano, mentre se sono fuori bevo con molto piacere il tè o il caffè turco, ma non per fare i complimenti a qualcuno. Vogliamo chiamarla “una felice schizofrenia”? Amo la pasta, ma posso trascorrere intere settimane senza mangiarla. Un’altra cosa per cui sono molto felice di essere in Turchia è la flessibilità rispetto ai pasti. Qui si mangia quel che si vuole a qualsiasi ora. Riguardo a questa adattabilità, che si traduce poi anche nell’amore dei turchi nel fare i picnic, ricordo ancora le reazioni composte al terremoto dell’estate del 1999. Allora avevo l’impressione che la gente avesse la situazione sotto controllo: il turco che si trova fuori a dormire e mangiare in una tenda non si sente caduto in miseria. Non sto dicendo che la gente fosse felice e contenta, magari erano persone la cui casa era andata distrutta, ma non c’era un senso di desolazione. Penso, invece, che un italiano che perde la casa si veda come qualcuno che ha subito qualcosa di umiliante. In questo Paese si vive bene perché le persone sono per la maggior parte molto gentili, generose e ospitali, sempre pronte ad aiutare.
Der „brain drain“ wird viel diskutiert. Haben Sie die Auswirkungen dieser neuen Emigrationswelle auch hier in der Türkei erlebt?
C’è stato sicuramente un aumento di arrivi dall’Italia. In molti dei ragazzi e delle ragazze che decidono di trasferirsi in Turchia c’è il desiderio di voltare pagina. Penso che adesso si considerino più attentamente le chance che anche la Turchia può offrire. Di solito poi l’italiano in Turchia sviluppa un forte affetto per il popolo turco e diventa molto insofferente verso certe rappresentazioni malevole o caricaturali dei turchi e della loro storia. Diciamo che molti italiani in Turchia contraggono una specie di sindrome che si può sintetizzare con la frase: la Turchia la posso criticare solo io, tu non ti azzardare.
Und die Türken, wie nehmen die Italiener wahr?
Molto bene, con grande simpatia. Spesso i turchi dichiarano che italiani e turchi sono molto simili fra loro, anche se invece siamo popoli molto diversi. Il turco per esempio è molto più silenzioso, più composto. Non faccio un giudizio di valore e non lo dico a scapito di nessuno. Postulando questa affinità i turchi cercano di uscire dal loro senso di isolamento. Dal momento che ci sono verso di loro delle storiche ostilità hanno una grande ansia di non essere amati e il loro tentativo di riconoscersi come popolo mediterraneo è un segno molto bello di apertura. Resta il fatto che quando ci si trova su un pullmann con due italiani e 50 turchi, vedrai che si sentiranno soltanto le voci degli italiani ...
Maria Castellana, Istanbul