Flieh mein Kind

Im Alltag geht das Gespür für das Wesentliche leicht verloren, bis uns unerwartete Begegnungen wieder wachrütteln. Eine Tramfahrt wird für einen jungen Mann zu einer Reise in die Vergangenheit. Die Begegnung mit einem Mann, der die Narben seiner Seele in seinen Händen trägt, wird sein Leben wohl für immer verändern.

Proprio nel momento in cui stavo per infilarmi nelle orecchie gli auricolari del lettore mp3, una voce dal fondo del tram mi distolse dall’intento di premere il tasto Play. Quella voce imperiosa, che tradiva solo in minima parte l’età del suo padrone, mi aveva fatto voltare di scatto. Udendo una voce così possente, uno pensa di trovarsi di fronte un uomo robusto, in carne e nel pieno della propria maturità fisica. Al contrario, dalle scalette del mezzo pubblico apparve prima il bastone e poi il resto di quella voce: un signore molto anziano, magro ed elegante, si presentò agli occhi miei e degli altri passeggeri. A piccoli passi, riuscì a sedersi proprio accanto a me.

Hände erzählen

Abbozzai un sorriso di cortesia e cercai di tornare ai miei pensieri. Senza successo, perché il mio sguardo cadde sulle ferite che l’uomo aveva sulle mani, dei veri squarci cicatrizzati dal tempo. Non mi accorsi che anche lui mi fissava: ero decisamente incapace di fingere noncuranza e venivo quindi sempre scoperto. “C’è qualcosa che non va, ragazzo?” mi disse con voce severa il signore. “Nulla, si figuri!” risposi quasi istantaneamente, ma i miei occhi inconsapevolmente tornavano su quelle ferite. Dopo alcuni attimi di silenzio, fu lui a prendermi in contropiede. “Se ti dico come mi sono rovinato le mani, poi la smetti di guardarle?” Mi sentii spiazzato dalla sua domanda, posta con quel tono perentorio, che lascia spazio solo a un sì o a un no. E la mia risposta non poté che essere affermativa.

Die immergleiche Geschichte?

“Suppongo tu abbia letto nei libri di scuola qualcosa riguardo al fascismo e alla guerra, vero?” mi chiese questo signore dall’aspetto burbero, dal quale mi aspettavo una delle solite storie di gioventù. “Si – risposi io – qualcosa a riguardo credo di ricordarmela ancora …”. La mia debole ironia non ebbe molto successo: l’uomo rimase serio e cominciò a raccontare. “Dal mio aspetto avrai capito che io sono cresciuto in quel periodo storico. Nel paese dove vivevo insieme ai miei genitori, se eri socialista o in qualche modo eri un corpo estraneo al regime, venivi picchiato e deriso da tutti. La gente si era presto adeguata a questa situazione, specie tra quelli della mia età. Avevo 20 anni, quando arrivarono i tedeschi da noi: c’era stata un’imboscata a due dei loro uomini, se non ricordo male, sulla strada che portava al nostro piccolo centro. Fu la mattina più agitata della mia vita: ancora ricordo mia madre che mi diceva di vestirmi velocemente e di scappare, anche se erano le cinque. Il prete stava bussando a ogni casa, per avvertire che i nazisti volevano fucilare per rappresaglia tutti gli uomini del paese. Lei sa cos’è una rappresaglia, vero giovanotto?”, mi chiese l’anziano signore, come se fossi stato una recluta al primo giorno di addestramento militare. “Certo, continui pure” gli dissi quasi interrompendolo, vinto dalla curiosità di scoprire il resto della storia.

Lauf und schau nicht zurück

“Le SS volevano che il sangue tedesco fosse lavato con quello italiano. Per questo, decisero di ammazzare tutti gli abitanti maschi. In tutto erano qualche centinaio di persone. A casa mia eravamo in dodici: i miei nonni, i miei genitori e io con i miei fratelli. Io ero il più grande, gli altri erano ancora dei ragazzini. Mi ricordo ancora le lacrime trattenute a stento da mia madre, che voleva salvarmi da quella strage e aveva paura, tanta, per mio padre. Ho ancora in mente il suo dolce bacio sulla fronte: mi disse di correre e di stare attento”. “Non temeva di trovarsi davanti le SS da un momento all’altro?” gli chiesi un po’ ingenuamente, pensando che di sicuro glielo avevano già chiesto in tanti prima di me. “Sì, infatti se ci penso oggi, so di essermi comportato come uno stupido, uscendo di casa per poi correre via, senza verificare prima se lì intorno ci fossero nazisti o fascisti a caccia di sacrifici umani. Casa mia si trovava proprio vicino a degli scaloni che portavano verso una strada sterrata. Quel cammino polveroso lo percorrevo spesso come scorciatoia per arrivare prima ai campi dove lavoravo ogni mattina”.

Nur das Pochen meines Herzens

“Deve scendere alla prossima?” mi chiese, pensando che avessi preso la borsa solo per cominciare a farmi largo tra la gente. “No, no, stavo solo rimettendo a posto la radio. Se ne ha voglia, continui, La prego” gli risposi. Ormai la musica non mi serviva più. “Sai che, se mi sforzo, ancora riesco a sentire il cuore che mi batteva forte, quasi fosse voluto uscire fuori e rimanermi tra le mani? A ogni passo sentivo in lontananza le grida provenire dalle case circostanti: i tedeschi presto avrebbero bussato anche a casa nostra. Ero tentato di tornare indietro, per non lasciare mio padre da solo davanti ai fucili, ma mia madre mi aveva ordinato di non fare l’eroe. Decisi allora di farmi coraggio e di percorrere lo spazio che separava casa mia dal posto in cui sarei stato sicuro senza pensare ad altro che alla mia vita. Per raggiungere i campi, dovevo oltrepassare un sentiero stretto, coperto dalla vegetazione più fitta. Ricordo che emisi un sospiro profondo ed entrai in mezzo ai cespugli e ai rovi”. A queste parole, si soffermò un attimo, per toccarsi le ferite. “Dove sarebbe arrivato, seguendo quella strada?” gli chiesi, cercando di ricavare dalle sue parole un affresco della sua terra. “Sarei arrivato a un casolare abbandonato di proprietà di mio nonno. Ora non so più nemmeno di chi sia davvero quel terreno: prima si divideva tutto a voce e oggi nessuno saprebbe più ricostruire tutto l’intreccio riguardante la proprietà…” Il signore interruppe per un momento la sua narrazione, credo per verificare a che punto fosse l’itinerario del tram. “Invece, dove arrivò?” chiesi io, approfittando della sua pausa. “Da nessuna parte, figliolo. Se è vero che quel sentiero era l’unico che mi teneva al sicuro dai nazisti, coprendomi con foglie e piante grandi e piccole, è vero anche che a ogni passo che facevo le braccia venivano trafitte da rovi e spine, ferendole in diversi punti. Le vedi, qui?” Alzò con gesti lenti le maniche della sua camicia per mostrarmi i segni di quel percorso, come se fossero state ferite di guerra. In un certo senso, lo erano.

Schiere Verzweiflung

Annuii e, con lo sguardo, gli chiesi di proseguire. “Dopo una decina di passi, decisi di rimanere lì dov’ero. Del resto, non mi avrebbe visto nessuno e da lì potevo sentire tutto ciò che accadeva, senza essere visto.” Mentre mi parlava, ero sempre più ansioso di guadagnare la fine della storia. Per fortuna il mio viaggio sul tram non era che a metà. “E lì, cosa fece?” gli chiesi, cercando di immaginarlo ricoperto da rami e foglie verdi. “Niente. Aspettai lì, con la paura di non trovare più nessuno a casa mia. Fu terribile.” Nei suoi occhi, si intravedeva ancora l’angoscia provata tanti anni prima, come se non fosse mai passata. “Ci credo. Cosa poteva vedere da là sotto?” “Per un po’ di tempo nulla, sentivo solo delle urla disperate. Poi sentii la voce di mio fratello che litigava con un soldato tedesco. Mio padre gli disse di stare zitto e di fare come dicevano. Le SS misero in fila, nella piazza principale, proprio di fronte alla chiesa, tante persone. Seppi solo dopo che erano in sessanta, tra ragazzini e uomini. Ancora non capisco perché scelsero anche mio fratello. Avevo le lacrime agli occhi e non sapevo cosa fare. Avrei voluto quasi farmi scoprire, per morire anch’io con loro.” I brividi che sentivo sembravano non fermarsi più: per un attimo non ebbi più voglia di sentire la fine.

Laden, anvisieren, entsichern…

“Sembrava ormai arrivato il momento: i fucili erano pronti a colpire quegli innocenti, mentre io mi sentivo un vigliacco, perché avevo lasciato sole due delle persone più importanti per me. Pensavo che non sarebbero dovuti morire da soli.
Nell’istante stesso in cui il comandante stava dando l’ordine di mirare, si fermò tutto quanto. In pochi attimi, i tedeschi ripresero le armi e se ne andarono, come se qualcuno li avesse convinti a non compiere quella strage.” “Dev’essere stato un sollievo, vedere che se ne andavano!” esclamai, sorpreso da questa svolta della storia. “Infatti. Uscii dal sentiero il più in fretta possibile. Volevo rivedere i miei genitori e mio fratello, che aveva solo otto anni all’epoca.” “Non vi arrivarono notizie sull’accaduto, anche a distanza di anni?” gli domandai, perché proprio non riuscivo a dare una spiegazione logica al “dietro-front” dei tedeschi. “No, mai. Però posso dirti che quanto è accaduto quella mattina di febbraio mi ha lasciato un segno indelebile: non parlo solo delle ferite che vedi anche tu, ma di quelle cicatrici che non vede nessuno. Quel giorno, ho visto in faccia la paura, quella vera: sentivo il terreno mancarmi sotto i piedi mentre, poco lontano da me, mio padre e mio fratello stavano per essere uccisi. Pensavo che non li avrei più rivisti né salutati. Da allora, non ho più avuto timore di nulla, lo sai? Perché tutti i problemi che ho avuto nella mia vita, non erano niente in confronto a quei momenti. È come se mi avessero fortificato, dandomi la forza per superare tutte le difficoltà. Per questo, ragazzo, ti consiglio di non temere mai niente. Affronta tutto a testa alta, finché hai accanto chi ti vuole bene”. Dicendo queste parole, si alzò. Doveva scendere. Ci salutammo con uno sguardo, tanto bastava. Aveva ragione questo anziano signore, ammisi a me stesso mentre guardavo dal finestrino. La vita è fatta per essere vissuta, non per combattere contro ogni sua mossa.

Mirko Gentili, Roma