Brain Drain: Die Flucht der Klügsten

Damals waren es Bauern und Handwerker, heute sind es Abiturienten und Akademiker, die das Land der Frau Merkel zu ihrer Wahlheimat machen. Mit einem Koffer voller Träume und der Hoffnung auf eine bessere Zukunft suchen italienische Migranten nach wie vor ihr Glück in Deutschland. onde-Autorin Federica Piccioni erklärt, warum so viele qualifizierte Italiener ihren geliebten, sonnigen Stiefel verlassen.

Il “Belpaese” non appare più poi tanto bello come una volta. A confermarlo è un numero in costante crescita di italiani che, a fronte della crisi, decidono di lasciare l’Italia alla ricerca di migliori prospettive lavorative nel Nord dell’Europa. Tra le mete più gettonate c’è la Germania, che negli ultimi anni gode di un’estrema popolarità nel nostro Paese, basti pensare all’aumento esponenziale del 25 per cento tra il 2010 ed il 2012 delle iscrizioni ai corsi di tedesco presso il Goethe-Institut Italia. A ulteriore conferma del consenso che attualmente il Paese di Frau Merkel gode in Italia, si aggiungono i dati dell’ufficio statistico tedesco, secondo i quali nel 2012 sono immigrati ben 42.000 italiani in Germania, il 40 per cento in più rispetto al 2011.

Akademiker statt Bauer, Trolley statt Pappkoffer
Complice forse il bombardamento mediatico mondiale, che la definisce l’attuale “locomotiva d’Europa”, la Germania occupa oggi, come in passato, una posizione privilegiata nell’immaginario collettivo degli italiani. Infatti, sin dalla seconda metà degli anni ‚50 del secolo scorso questa Nazione è stata scelta come meta favorita di immigrazione. Tra gli anni ‚50 e ‚70 si assiste a una vera e propria immigrazione italiana di massa, favorita dal trattato italo-tedesco del 1955, che prevede il reclutamento della forza lavoro italiana, principalmente operai non qualificati provenienti dalle zone più povere del Sud Italia. Dopo il boom del dopoguerra, i flussi migratori provenienti dall’Italia riprendono all’inizio degli anni ‚90 e hanno come protagonisti non più esclusivamente operai, bensì diplomati, camerieri e giovani provenienti da tutta Italia in cerca di fortuna. Si giunge infine ai giorni nostri, in cui sono principalmente i laureati under 35 a costituire il target di riferimento. Nel corso dei decenni si assiste dunque a un’evoluzione radicale della figura dell’immigrato italiano: dall’operaio del Sud con pochi soldi in tasca e una valigia di cartone colma di speranze e sogni, al giovane laureato o diplomato. Sebbene la valigia di cartone sia stata ormai sostituita da un più moderno trolley, il contenuto rimane sempre lo stesso: la speranza di un futuro lavorativo migliore.

Rettung oder Mythos?
Nonostante le cifre record relative all’incremento del numero di italiani in Germania, l’emigrazione italiana oggi non è più percepita come un fenomeno di massa, ma piuttosto come una sorta di “fuga” dalle sfumature talvolta epiche. Ci si chiede dunque quale sia il confine tra la “fuga” intesa come possibilità di successo personale e lavorativo e la “fuga” intesa come falso mito da inseguire.
A questo proposito, pare che tra i giovani si stia facendo strada la tendenza a considerare l’espatrio come una sorta di “problem solving”, senza però fare i conti con le reali difficoltà alle quali si va incontro. Infatti la vita di un italiano in Germania non è del tutto semplice se non si possiede una buona padronanza della lingua inglese e un minimo di conoscenze del sistema sociale tedesco (avere, per esempio, una vaga idea di cosa siano Arbeitslosengeld e Hartz IV). In mancanza di questi requisiti si finisce per lavorare nel settore della ristorazione o a svolgere esclusivamente i cosiddetti mini-jobs, mini occupazioni che prevedono una retribuzione mensile non superiore a 400 euro e non soggetta a tassazione. Non si tratta certo di una prospettiva allettante per i giovani laureati, che, in alcuni casi, sono costretti a rientrare in Italia dopo una permanenza di appena qualche mese.
A sfatare il falso mito della fuga all’estero provvedono numerosi blog in rete (tra cui Solferino 28, blog del Corriere della Sera) che, riportando le esperienze di molti giovani italiani residenti all’estero, sottolineano che la scelta di vivere in un Paese straniero deve essere frutto di una riflessione ponderata e non di una decisione affrettata. In altre parole, l’immagine dell’italiano coraggioso che negli anni ‚60 partiva all’avventura con la sua valigetta di cartone, seppur affascinante, è meglio lasciarla perdere al giorno d’oggi. Come si legge dalle tante testimonianze sul blog, “scappare” senza un progetto sensato alle spalle, non rappresenta una soluzione per il giovane laureato, diplomato e/o disoccupato italiano, ma una mera illusione temporanea.

Reiz der Hauptstadt
Un altro aspetto che colpisce avventurandosi all’interno del blog e del web in generale è certamente la grande ammirazione - quasi “venerazione” oserei dire - che i giovani italiani nutrono per Berlino. La capitale tedesca è infatti meta prediletta da migliaia di italiani, attratti dal fascino cosmopolita di una metropoli vivace, dove il costo della vita è ancora abbordabile. Abbagliati dall’effervescenza culturale della città, si dimentica però che a Berlino il tasso di disoccupazione è tra i più elevati e ammonta al 10%, dato irrisorio comparato all’Italia, ma pur sempre significativo. A questo proposito i dati dell‘ Arbeitsagentur parlano chiaro: a gennaio 2013 erano registrati più di 2.500 italiani in cerca di lavoro e più di 1.000come disoccupati, una prospettiva con la quale si deve fare i conti durante la ricerca di un impiego.

Streben nach Verwirklichung und Selbstständigkeit
Tuttavia, se da un lato la scelta di trasferirsi all’estero incuranti delle difficoltà linguistiche, culturali e sociali, denoti una certa “incoscienza” da parte dei giovani, dall’altro è sicuramente degna di ammirazione, perché indica la capacità di mettere in gioco se stessi e la propria intraprendenza. I motivi che determinano la scelta dell’espatrio sono i più svariati ma spesso riconducibili a salari inadeguati, insoddisfazione personale e la prospettiva di vivere fino ai 30 anni con i genitori perché, nonostante un diploma di laurea e un lavoro (magari precario!), l’indipendenza economica è ancora distante. Anche in questo caso è il web a dar voce alle migliaia di italiani espatriati, come si evince per esempio dalle pagine di Iotornose, un blog-community che racconta le storie di chi, dopo essersi affermato a livello lavorativo all’estero, è disposto ad un rientro in Patria solo a determinate condizioni.
In conclusione, se si analizza questo fenomeno in una prospettiva - per così dire - storica, si scopre in realtà che i motivi che hanno spinto la classe operaia negli anni ‚50 e ‚60, i giovani degli anni ‚90 e che attualmente muovono diplomati e neolaureati a stabilirsi in Germania hanno lo stesso denominatore comune: la volontà di reinventare se stessi attraverso la cosiddetta “fuga dal Belpaese”, che, sebbene a volte appaia eccessivamente idealistica, costituisce, ieri come oggi, una delle poche possibilità di autoaffermazione.

Sprache: 

0
Noch keine Bewertungen vorhanden

Stil: 

3
Average: 3 (1 vote)